Ego sum (indie sci-fi): il cinema scritto da Brit Marling

Brit Marling su Vogue

Chi è Brit Marling? Donna bellissima e appariscente, artista ipertrofica, attrice, produttrice, sceneggiatrice e regista, non è facile affibbiarle un ruolo. Potremmo definirla l’Ibrahimović del cinema indipendente americano: io sono Brit e voi chi cazzo siete? Brit a colpo d’occhio sembra piuttosto grunge, con la sua fluente chioma bionda e lo sguardo languido e indolente. In alcuni scatti ricorda Lana del Rey, senza la plastica ma con la fisicità conturbante di una Nastassja Kinski americanizzata al massimo. In posa da diva nell’ennesimo servizio fotografico risulta così grossolanamente glamour da poter essere scambiata per un personaggio di Bret Easton Ellis. Ma soprattutto, nonostante le apparenze, è una ragazza guidata da incontenibili energie creative. Classe 1982, laureata in Economia, secondo Vogue rifiuta un lavoro alla Goldman Sachs ante Credit Crunch per avventurarsi a Hollywood e spaccare tutto. Non soddisfatta dalle particine da gnocca svampita che l’industria le offre, Brit si mette a scrivere, dando alla luce qualche corto e due script che diventano i film di science fiction indipendente Another Earth e Sound of My Voice. Le pellicole debuttano in contemporanea nel patinatissimo tempio dell’indie americano, il Sundance Film Festival, nel 2011. Cumuli di premi, distribuzione in sala ad opera di Fox Searchlight Pictures per entrambi, un milione e mezzo per il primo, quasi 500.000 dollari guadagnati dal secondo, e cioè un risultato onorevole per due film prodotti da giovani nessuno, esordienti con budget striminziti.

Sound of My Voice poster

La locandina del film deve sembrare volutamente stropicciata.

Ed è sempre al Sundance che viene stato presentato, nel 2013, il nuovo film scritto e interpretato da Brit, The East, diretto dal suo buon amico Zal Batmanglij, compagno di studi alla facoltà di Economia e già regista di Sound of My Voice. In uscita a maggio, la terza fatica della squadra ha potuto contare su un budget da sei milioni e mezzo di dollari sponsorizzato dalla Fox Searchlight, che in Brit crede non poco e si è impegnata in questa produzione dove la nostra eroina è affiancata dalle star Ellen Page e Alexander Skarsgård. Stavolta si tratta di un eco-thriller, una storia d’amore e anarchia ambientata nell’area dei freegan, ossia attivisti che si nutrono solo di cibo scartato da altri e quindi riciclato, per protesta contro la società dei consumi. Sembra che per scrivere questo film Marling e Batmanglij abbiano passato un paio di mesi estremamente Stanislavskij mettendo in pratica questa filosofia, periodo definito dai due come «Buy Nothing Summer» (lHuffington Post titolava impietosamente: “Brit Marling passa l’estate a mangiare dai cassonetti”).

Esaurite le maldicenze e le anticipazioni, veniamo ai due film d’esordio, qui inseriti d’ufficio nel sotto genere del cinema indipendente (americano) di fantascienza. C’è chi la chiama «fantascienza filosofica», in virtù dell’assenza di effetti speciali costosi e sequenze d’azione sincopata; la potremmo anche definire «sci-fi da camera», sostenuta quasi esclusivamente dalle proprie idee. Nello specifico, il progetto di Another Earth e Sound of My Voice prevedeva inizialmente un solo film con tre episodi interpretati dalla stessa attrice, seguendo la tipica struttura da short story. E in effetti, come vedremo, Another Earth avrebbe forse respirato meglio con un minutaggio più breve. La pellicola, girata da un altro amico universitario di Brit, Mike Cahill, nasce da un soggetto intrigante: un bel giorno, come se niente fosse, appare nel nostro cielo un nuovo pianeta.

Locandina Another Earth

L’adolescente Rhoda, per lo stupore ma anche per ubriachezza giovanile, perde il controllo dell’automobile che sta guidando e stermina un’allegra famigliola che passava proprio da lì. Trascorre qualche anno in carcere. Alla sua uscita scopre che il pianeta fatale altro non è che l’esatta copia del nostro, con miliardi di doppelgänger tali e quali a noi che conducono vite sulle quali c’è grande mistero e riserbo. E fin qui, il morale del pubblico è bello alto. Purtroppo, però, è più o meno tutto qui. Il lungometraggio allunga il brodo con la tragedia interiore di Rhoda, ora ex galeotta ed emarginata sociale, ovviamente bellissima e dalla bionda criniera, sempre fluente, intrappolata sotto a un rude berretto (simbolo di contrizione). Rhoda vagabonda per le strade, Rhoda si rotola nuda nella neve, Rhoda indossa sempre la tuta (per punirsi). Questo per una buona metà del film. Poi si mette in testa di contattare il padre di famiglia a cui ha fatto fuori moglie e figli. Segue inevitabile storia d’amore/pentimento/redenzione. E i doppelgänger? E l’altro pianeta? Metafore. Niente da fare, lo spettatore è stato fregato ancora una volta. Citerò quindi il blog di Indiewire, che titola il suo pezzoAnother Earth non è il film di fantascienza indie che state cercando”. Peccato, perché avrebbe potuto diventarlo.

Another Earth by Mike Cahill

L’altra Terra.

Ma non perdiamoci d’animo. Brit Marling è infatti subito riabilitata proprio da Indiewire, che rettifica l’aspro giudizio con il pezzo gemello, dall’imprevedibile titolo “Sound of My Voice è il film di fantascienza indie che state cercando”. Qui s’è alzato il tiro, e ce lo conferma il regista, ancora Zal Batmanglij, che ipotizza di trarre una web series dal soggetto, dichiarando con grande modestia di aver progettato tutti i dettagli molto meglio rispetto a una serie mystery come Lost, e abbiamo detto poco. Nella stessa intervista Zal confessa di essersi ispirato alla vicenda di John Titor, sedicente viaggiatore temporale che fece dibattere il web all’alba del nuovo millennio, e da qui si inizia a capire che di carne al fuoco deve essercene almeno un po’. In Sound of My Voice Brit interpreta Maggie, misteriosa leader di un’altrettanto misteriosa setta. Il gruppo viene infiltrato da una coppia di scalcagnati giornalisti in incognito, Peter e Lorna, che hanno l’intenzione di girare un documentario per sbugiardare la santona.

Sound of My Voice

Chi ci sarà là sotto?

Tra riti d’iniziazione e prove di fedeltà sempre più invasive, i due subiranno il fascino di Maggie dai biondi capelli e della sua storia di time traveller: il culto di Maggie è fondato infatti sulla sua dichiarata (e mai accertata) provenienza dall’anno 2054. Ciò che funziona e appassiona in Sound of My Voice è l’ambiguità dei protagonisti: i giornalisti scettici tentennano più volte davanti alla persuasività e al magnetismo di Maggie, che potrebbe essere la peggiore delle imbroglione o addirittura una terrorista, ma la cui storia (e lo spettatore questo lo sa bene) sembra così assurda da poter forse essere vera. Il film descrive con efficacia la violenza psicologica che governa i meccanismi di relazione all’interno delle sette, ma raggiunge il momento di maggior disturbo durante la scena del canto di Maggie, che non anticipiamo qui per non viziarne l’effetto desolante. Il clima claustrofobico è intervallato qua e là da piccoli enigmi evocati in punta di cinepresa, che, non risolti dal finale, lasciano qualche spiraglio d’apertura interpretativa che giova al film più di qualsiasi spiegone.

Brit Marling as Maggie

Ed ecco a voi Brit Marling nel ruolo di Maggie.

A conti fatti, che cosa c’è di innovativo nel cinema di Brit Marling? Assolutamente nulla. Il cinema indipendente, più prossimo al cinema d’arte (o quanto meno al famigerato cinema «autoriale») tende per sua natura a non rispettare schemi precostituiti e rigidi rapporti causa-effetto dell’impianto narrativo tipicamente hollywoodiano. Ne deriva uno stile fondato spesso e volentieri sull’esaltazione della dimensione simbolica, con un’accentuazione della psicologia dei personaggi, una narrazione più frammentaria, strutture spesso episodiche o paratattiche, molto dialogo (e quindi, almeno in teoria, una scrittura migliore), una programmatica eccentricità estetica, etc. Il critico inglese Geoff King fa notare senza malignità che queste caratteristiche spesso si prestano tecnicamente alla produzione di film meno costosi, e quindi più congeniali al sistema indipendente che si muove quasi sempre con budget davvero piccini. Gli elementi qui sommariamente elencati danno origine a uno stile ben riconoscibile e rodato nel corso del tempo, che è diventato talmente prevedibile da costituire in tanti casi un genere a sé. La fantascienza indie è una sua gradita declinazione ricorrente al Sundance Festival durante l’ultimo decennio, inaugurata dalla premiazione di Primer di Shane Carruth nel 2004 e seguita dalla presentazione dello spagnolo Timecrimes – Los Cronocrimenes firmato da Nacho Vigalondo nel 2008 e dallo statunitense Moon di Duncan Jones nel 2009.

Sam Rockwell in Moon

Sam Rockwell nel film Moon di Duncan Jones.

Ok, ma allora, visto che siamo qui a parlarne, che cosa c’è di transmediale nel cinema di Brit Marling? La risposta è semplice: Brit Marling. È lei il mezzo pervasivo, è lei il punto d’entrata, altro che blog su Tumblr, meme su Pinterest e quant’altro occupi il nostro tempo libero (a parte ovviamente lo sport, per i più vivaci). È la donna bionda che sonda nuovi pianeti, è l’artista sbruffona e vanesia, diva e fanfarona quanto volete, sì, ma la sua esuberanza contiene effettivamente qualcosa, e non è la microsensibilità minimal della perfezionista Miranda July (più che un alter ego di Brit, il suo contrario); anzi, le ambientazioni del piccolo quotidiano di July hanno, col senno di poi, lasciato il tempo che han trovato nel 2005 del grazioso-lezioso-fighetto Me and You and Everyone We Know. Le energie di Brit promettono di andare più in là, in primo luogo perché si allontanano, almeno col pensiero, dal cortile di casa. I suoi sono film imperfetti ma avvincenti, i cui soggetti camminano sulle idee conturbanti che li generano, ma soprattutto sulla voglia di Brit di essere interprete prima di ogni altra cosa: la volontà di attrice prevale sulle velleità autoriali, e per questo Brit vince sempre. È più facile prevedere per lei un destino alla Ben Affleck-Matt Damon, che nel 1997 si improvvisano sceneggiatori dello script (inizialmente thriller) che diventerà Will Hunting – Genio ribelle; il film finirà per sbancare i botteghini di mezzo mondo con un incasso pari a 225 milioni di dollari. Auguriamole buona fortuna e tanta prosperità.

Brit Marling

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