Labyrinth – Dove tutto è possibile. Da flop a stracult

Labyrinth PosterLabyrinth – Dove tutto è possibile è un film diretto da Jim Henson, il creatore dei Muppets, e prodotto da George Lucas, distribuito nelle sale di tutto il mondo durante l’estate del 1986. Lucas e Henson si uniscono nel tentativo di seguire la scia del successo lasciata dai blockbuster di sapore fantastico prodotti dallo stesso Lucas (in due parole, Star Wars). La nuova impresa ha il via, forte del gradimento suscitato dalla precedente fatica di Henson, Dark Crystal (1982), lungometraggio interamente realizzato con pupazzi animatronici. Nei panni dell’adolescente Sarah, la protagonista di Labyrinth è una giovane e candida Jennifer Connelly, al tempo ancora quindicenne ma già alla sua quarta interpretazione sul grande schermo. Come si conviene alle teenager di tutte le epoche, Sarah è arrabbiata con i genitori che la costringono a fare da babysitter a Toby, bebé in tutina a righe nonché fratello solo a metà della nostra eroina. Sarah, per tutta la durata del film, sarà continuamente infastidita dal continuo susseguirsi di eventi che rovinano i suoi piani. A complicare la situazione ci si mette niente meno che David Bowie nel ruolo di Jareth, re dei folletti e rapitore di infanti, evocato accidentalmente da Sarah stessa in un momento di nervosismo.

Sarah non è mai contenta.

Il perfido Goblin King, armato di mullet e pantacalze aderenti, porta Toby nel castello al centro del suo labirinto, costringendo la preoccupata e pentita Sarah a lanciarsi nell’avventura spettacolare che costituisce il corpus del film. Il mondo di Labyrinth è abitato da animali straordinari, pupazzoni animati, bruchi parlanti, folletti, troll e ogni sorta di entità fantastica che la sceneggiatura possa ospitare. La pellicola ha diversi punti di forza: una rock-star di fama internazionale nel cast e una protagonista leggiadra nel cui romanzo di formazione è sin troppo facile identificarsi, per esempio. Ma, più di ogni altra cosa, Labyrinth è affollato dai pupazzi e dagli animatronics prodotti dalla Jim Henson Creature Shop, compagnia fondata da Henson e Frank Oz nel 1979 (la stessa che nel 2009 si occupa del design e degli animatronic di Nel paese delle creature selvagge di Spike Jonze). Sono i goblin, i fireys, il gigantesco Ludo e tutte le altre creature, più o meno pelose o piumate, la vera attrattiva e la marcia in più di questo film. Le sue principali fonti di ispirazione sono tre classici racconti dove il personaggio principale è un bambino che affronta un viaggio fantastico: Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, Il mago di Oz di L. F. Baum e il romanzo breve di Maurice Sendak Nel paese delle creature selvagge, da cui è tratto il suddetto film di Jonze.

Il buon Ludo (Bubo nella versione italiana).

La dimensione fantastica viene studiata in ogni dettaglio negli anni della pre-produzione: il design grafico viene affidato all’illustratore fantasy Brian Froud, esperto tanto di fatine quanto di mostri, mentre il soggetto originale viene elaborato da Henson con lo scrittore per l’infanzia Dennis Lee, per poi passare nelle mani di Terry Jones, membro dei Monty Python ed egli stesso popolare autore per bambini, a cui viene affidata la sceneggiatura. Stando a Wikipedia, lo script viene riscritto almeno 25 volte prima di soddisfare tutte le parti in causa, essendo Bowie piuttosto puntiglioso. Il divo glam non si accontenta delle prime versioni e suggerisce numerose modifiche, minacciando l’abbandono del progetto se non soddisfatto dal risultato. La cura certosina con cui viene realizzato e promosso il film fa costare la produzione complessiva intorno ai 25 milioni di dollari, indiscutibile prova della fiducia riposta nel suo potenziale. Il lancio avviene su vari media, con la pubblicazione della colonna sonora firmata da Bowie e Trevor Jones e un romanzo novelization tratto dallo script firmato da A. C. H. Smith.

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Il design originale di Brian Froud.

Labyrinth si rivela però un colossale flop al botteghino, con un incasso sul mercato USA che non raggiunge i 13 milioni di dollari, risultato analogo a quello di Legend, fantasy diretto da Ridley Scott e uscito in sala pochi mesi prima, che incassa soltanto 15 milioni a fronte dei 30 milioni investiti. Cosa è successo? A quanto pare il corporate blockbuster, di cui George Lucas è un solerte fautore, funziona bene per altri generi fantastico-avventurosi come la saga di Indiana Jones diretta da Steven Spielberg, ma risulta poco vendibile al grande pubblico quando vira verso il fiabesco. Non si tratta solo di Labyrinth: al box office USA abbiamo Krull con 16 milioni di dollari nel 1983, La storia infinita con 20 milioni nel 1984 (il film ne recupera però 100 milioni su scala mondiale), Ladyhawke con 18 milioni nel 1985, Nel fantastico mondo di Oz con 11 milioni nel 1985 (l’unico ad andare peggio di Labyrinth). Si posizionano meglio La storia fantastica con 30 milioni nel 1987 e Willow con ben 57 milioni nel 1988.

Morla in “La storia infinita”

Consideriamo però che E.T. l’extraterrestre aveva incassato quasi 360 milioni di dollari nel 1982, Il ritorno dello Jedi 250 milioni nel 1983 e Indiana Jones e il tempio maledetto quasi 180 milioni nel 1984: il fantasy fiabesco e medievale degli anni Ottanta non si avvicina nemmeno a successi di questo tipo, che lo distanziano notevolmente anche nei suoi momenti migliori. A chiosa delle tristi sorti del genere, Richard Corliss, critico del Time, commenta lo sfacelo di Legend con parole che suonano più o meno così: “Tanto tempo fa, in una sala conferenze lontana lontana, veniva stabilito che i film sword-and-sorcery sarebbero stati la Next Big Thing. Immaginatevi l’incontro tra i mondi fantastici di J. R. R. Tolkien e di George Lucas! Echi mitologici! Tanti soldi! Non ha funzionato” (brano della recensione qui). Come sappiamo bene oggi, la formula avrebbe poi davvero dato ottimi risultati sul mercato, ma quasi due decenni dopo i tentativi degli anni Ottanta.

Veniamo quindi ai giorni nostri. In quasi 30 anni, Labyrinth ha avuto il tempo per sedimentarsi nell’immaginario dei bambini di allora e di quelli venuti dopo, rinforzato dall’esplosione del fantasy durante l’intero decennio 2000, con il successo stratosferico di vari franchise come Harry Potter e Il signore degli anelli. Ciascuno dei suoi punti di forza si presta infatti a una progressiva viralizzazione del suo culto online; la sua ottima fattura è stata valorizzata dalle varie edizioni digitali, la prima in DVD nel 1999, e le successive, accompagnate da una sostanziosa porzione di contenuti speciali, in versione DVD e Blu-ray nel 2007 e nel 2009. Il fandom del genere fantasy è storicamente uno dei più attivi e prolifici, ma nel caso di Labyrinth si nota una particolare devozione da parte degli utenti di ogni età. Sono innumerevoli i Tumblr dedicati e le board su Pinterest, dove troviamo migliaia di meme, disegni, gif animate, vignette caricaturali (con una speciale attenzione per la pantacalza indossata da Bowie nel film), commenti alle immagini e via dicendo. È possibile persino trovare le singole immagini dell’intero film frame per frame.

Il castello di Jareth sembra progettato da Escher.

Ma l’attenzione per questo fenomeno di culto non è soltanto user-generated. Forte di una consistente fan-base che sembra in continua espansione, il prodotto Labyrinth torna ad essere oggetto di marketing dalla seconda metà degli anni Duemila in poi. Tra il 2006 e il 2010 la casa editrice Tokyopop pubblica il manga Ritorno a Labyrinth, sequel del film, mentre Archaia Entertainment pubblicherà a breve un prequel sotto forma di graphic-novel, che avrà per protagonista Jareth, il re dei folletti. La scelta non sembra affatto casuale, visto l’hype che il 2013 riserva a David Bowie, con l’uscita a marzo del suo nuovo album The Next Day dopo un decennio di assenza dal panorama musicale. Nel frattempo l’EMP Museum di Seattle sta organizzando la mostra Fantasy: The World of Myth and Magic, che inaugurerà ad aprile 2013 esponendo alcuni pupazzi originali della Jim Henson Company e i costumi usati dagli attori, tra cui quello dello stesso Bowie.

Hoggle fa la pipì nel Labyrinth.

Quello che negli anni Ottanta è stato un duro fallimento per Jim Henson e i suoi collaboratori si è trasformato, col passare degli anni, nel successo duraturo del prodotto inizialmente rifiutato dal mercato. La parabola di Labyrinth dimostra come la vita di un testo possa estendersi nello spazio e nel tempo, a patto di lasciare aperte le frontiere verso gli altri media (non solo digitali, in questo caso). Un film non è “soltanto un film”, ma un mondo che può manifestarsi e vivere fuori da se stesso in un ciclo dove è difficile collocare la parola “fine”.

Una zona lussureggiante del labirinto.

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7 pensieri su “Labyrinth – Dove tutto è possibile. Da flop a stracult

  1. Anche io vorrei dare il mio contributo da esperta in comunicazione (ero compagna di scuola di Precariammamma) con: non ci posso credere! è uno dei miei film preferiti!
    Legend celo. WIllow celo. La storia infinita celo. La storia fantastica (mito!) celo. Ladyhawke celo celissimo. E naturalmente Jonze celo (amo Jonze).

  2. Siro, sto leggendo il romanzo da cui è stato tratto “La storia fantastica” e te lo consiglio. Si intitola “La principessa sposa”, scritto da William Goldman nel 1973, ed è un bel libro di avventure raccontate da un narratore un po’ giovane Holden, molto americano ma simpatico.

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